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IO DONNA intervista Filippo Timi e Claudia Pandolfi
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Ferruccio Timi








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Ferruccio Timi is offline 

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MessaggioInviato: Sab Ago 27, 2011 3:14 pm    Oggetto:  IO DONNA intervista Filippo Timi e Claudia Pandolfi
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oggi 27/8/2011 nel settimanale IO DONNA in edicola con il Corriere della Sera al prezzo di Euro 1,50 a pagina 34 intervista agli attori Filippo Timi e Claudia Pandolfi protagonisti del nuovo film QUANDO LA NOTTE regia di Cristina Comencini.
COVER STORY "Noi, due anime fragili e senza filtri"
"Mi spoglio con imbarazzo" spiega lei. "Non tolgo il costume neanche a Formentera" dice lui. Ma per il film di Cristina Comencini, Claudia Pandolfi e Filippo Timi hanno fatto un'eccezione. E per Io donna mettono a nudo anche i sentimenti
FILIPPO TIMI
Filippo Timi è un ragazzone con l'aspetto di un monaco medievale e l'impeto dei predicatori. La sua voce particolarissima, graffiata, segnala il percorso accidentato della mente e delle corde vocali per sconfiggere quella balbuzie che molto gli ha tolto e però molto gli sta dando, in termini di carattere, particolarità, sfida esistenziale. A volte, nei momenti più emotivi della conversazione, si inceppa (e ti chiede di aiutarlo, pronunciando la parola che non arriva). Le sue parole, sciolte o balbettate, sono tuttavia sempre significative, esatte, vere. Non per niente è anche uno scrittore.

Com'è stato recitare nel ruolo di Manfred, il protagonista di Quando la notte: ha dovuto costruirlo o ci ha trovato caratteristiche che le appartengono?
Recitare non è saper fingere. Io sfrutto il ruolo, la maschera, per dire cose autentiche. Quando mi dicono di emozionarmi, io provo a lavorare su corde che mi faranno emozionare sul serio. Quando guardo gli altri attori individuo subito la differenza tra quelli che si limitano a interpretare - bene, per carità - una battuta e quelli che in quella battuta cercano la verità.

E se quella battuta le sembra ridicola, o perlomeno non le appartiene? Be', la cambio! Con la scusa che balbetto, dico al regista: «Guarda che non riesco». E come erano le battute di Manfred?
Era un ruolo complicatissimo. Tutto interiore. Ma per alcuni aspetti mi appartiene: anche io sono un turbato, un timido, vivo un travaglio continuo. E poi, come Manfred - abbandonato dalla madre e dalla moglie, che gli ha portato via i figli - anch'io ho dentro di me qualcosa di abbandonato. Forse perché sono settimino e, appena nato, anziché respirare accanto al respiro e al battito di mia madre, sono stato tenuto lontano da lei, in ospedale.
Com'è sul set Cristina Comencini?
In alcune scene è stata affettuosa, in altre invece ti avvicina e ti sposta senza spiegazioni. A volte si concede il tempo di fare lunghe chiacchierate filosofiche sul senso di una scena. È una regista che non si tira indietro. Il film è stato molto coinvolgente, anche per le difficoltà che abbiamo affrontato insieme. La montagna, il freddo, i luoghi inaccessibili.

E Claudia Pandolfi?
Siamo due che la verità ci esplode in bocca. Mi ha coinvolto moltissimo. È ruvida, dolcissima, spontanea, spudorata, fragile, senza troppi filtri. È stato un amore folle, è nata un'identificazione. Abbiamo fatto il provino insieme, e per entrambi è stato subito chiaro - ce lo siamo detti appena fuori, al bar: «Se ci prende, ci prende insieme».
Parla con un tale entusiasmo… è così per tutti i film?
Non sempre sento di essere perfetto per un ruolo. In questo caso invece l’ho pensato. Per la materia, i personaggi, i luoghi… non servivano attori "attoriali" ma attori con turbamenti interiori extra-ordinari. Come i miei.

Nel film ci sono scene erotiche forti. Le ha creato più problemi la nudità emotiva del personaggio o quella fisica?
A Formentera, dove tutti girano nudi in spiaggia, mi vergogno e sto col costume. Ma sul set, se c’è una motivazione vera, non mi crea problemi essere senza vestiti e mostrare il pistolino. Quando Manfred e Marina si reincontrano sono così carichi di attese e dimenticanze, la loro emozione è così accesa che, lì sì, lì mi sono sentito davvero nudo, in modo primordiale.
Nudo e piccolo nonostante sia un omone.
Sì, un microbo di fronte all'incombere del Monte Rosa, all'eternità di quelle pietre, alle costrizioni che ti capitano e non puoi farci un cavolo, perché vivi in un paese isolato e hai una famiglia. Credevo di avere davanti a me, nella vita, chissà quanto tempo, e invece a Macugnaga mi sono reso conto che basta lo starnuto di una montagna e sparisci. Ti fa sentire piccolo ma ne cogli anche l’aspetto divino, francescano, come se ti abbracciasse.
Come definirebbe Quando la notte in poche parole?
Un film epico. Di un'epoca cruda, carnale e ruvida, i cui protagonisti sono l'uomo, la donna, il bambino.
CLAUDIA PANDOLFI
Seduta, pallida, bellissima.
Prima sensazione: Claudia Pandolfi è di ottimo umore (i suoi stati d'animo non sono mai scontati: può essere burrasca o tramonto struggente); poco fa si è alzata di colpo, vezzosa nel vestitino nero comprato a Londra: «Ma davvero mi mettete nuda in copertina? Io? Magretta come sono, uno scrocchiazzeppi?».
Seconda sensazione: ha voglia di starci dentro, a questa intervista. Niente schermi. Confesserà: «La prima volta che mi sono rivista in Quando la notte, nella visione privata per noi attori (il film è in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, ndr), sono scoppiata a piangere. Un pianto forte, estremo, imprevisto».
Prende l’accendino. «Lei fuma?... Cioè, fuma sigarette?». Ride. Si volta: «Aspetti, che devo chiamare la tata di Gabriele, mio figlio. Ha 5 anni e…».

Mi spieghi meglio perché ha pianto riguardandosi nel film.
Il film è una storia intensa: due sconosciuti, Marina e Manfred, cioè io e Filippo Timi, si conoscono, si annusano, si attraggono, si respingono, si ritrovano. Il fatto è che nel ruolo di Marina ho trovato anche molto di me stessa. Ho pensato alla grandezza della maternità, allo sgomento che provoca…

Vorrebbe un altro figlio?
No, ecco, appunto: ora, no.

Continui.
Vuol sapere perché non lo vorrei? Perché un figlio è una roba seria, complicata… per fortuna, il padre di Gabriele, Roberto Angelini, con cui mi sono lasciata tempo fa, è diventato il mio miglior amico e adesso…

Le sue migliori amiche?
Sono tre attrici. Paola Cortellesi, Diane Fleri, che ho conosciuto sul set de I liceali, e Giulia Bevilacqua, scoperta mentre giravamo Distretto di polizia.

E tra gli attori?
Valerio Mastandrea… Giorgio Tirabassi… ma anche Pierfrancesco Picchio Favino.

Con Timi, sul set, com’è andata?
Sta pensando alle scene di nudo, vero? Le dico: la prima volta, anche con un fidanzato, mi spoglio sempre con un po' di imbarazzo. Poi, però, trovo che la nudità serva a dare un senso: a una storia d’amore, a un film… e sto a mio agio, perfettamente.
Lei ora è fidanzata?
Sì, con Marco Cocci.
Gira voce che lei sia piuttosto pericolosa…
Uff! Nooo… ancora con la storia di…
Come faccio a non ricordargliela?
Va bene, okay, certo: nel 1999 mi sposai con Massimiliano Virgili e dopo due mesi mi misi con Andrea Pezzi…
Forse è meglio dire che scappò con Pezzi.
Messa, scappata… scriva come vuole. Tanto lo so io com'ero, in quel periodo della mia vita…
E com'era?
Approssimativa, ansiosa di di mostrare, confusa, schizofrenica.
E di chi era la colpa?
Mia. Punto. A 17 anni partecipo al concorso di Miss Italia per scherzo, Michele Placido mi scopre e mi fa fare un film, finisco sui giornali, tutti si aspettano, pretendono qualcosa e io, con il peso di tante aspettative… Insomma, a un certo punto...
Capito. Con quali registi le piacerebbe lavorare?
Tim Burton… e poi… boh… Silvio Soldini… Daniele Luchetti…
Nanni Moretti?
Per carità! Preferisco restare sua amica… lavorarci dev'essere un inferno… ancora ricordo un provino che feci con lui… no no.
Lei crede in Dio?
No. Ma neppure penso che siamo fatti, almeno finché siamo in vita, di pura carne. Uno spirito, dentro, ce l’abbiamo.
E dopo?
Dopo sei polvere. Fine. Titoli di coda.
Vedo che si è ripresa magnificamente dal ruzzolone che le fece fare quel paparazzo.
Sterno rotto, sei costole rotte, naso rotto, punti in bocca… Ma portare rancore non mi piace.
Lei per chi vota?
Be', forse... voterei per Nichi Vendola.
Sa cucinare?
Preparo un tiramisù da urlo…
Non ci credo. Il tiramisù è complicatissimo.
E invece a me viene squisito… vabbè, ho capito: devo farglielo assaggiare, ve?



Ultima modifica di Ferruccio Timi il Dom Set 04, 2011 2:37 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Sab Ago 27, 2011 3:14 pm    Oggetto: Adv



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ivelise







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MessaggioInviato: Sab Ago 27, 2011 7:45 pm    Oggetto:  
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Bellissima la copertina, direi veramente 'avvolgente', e bella anche l'intervista...fa venire veramente voglia di vedere il film.
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ulalume







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MessaggioInviato: Sab Ago 27, 2011 8:08 pm    Oggetto:  
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Bene. Ora non mi resta che vedere il film a Venezia e poi di nuovo a fine ottobre, con l'uscita nelle sale.
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Betsabea







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MessaggioInviato: Mar Ago 30, 2011 1:27 pm    Oggetto:  
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Anch'io in trepidante attesa del film, ho letto il libro l'inverno scorso e son curiosissima di come Filippo sarà il rude Manfred, aspetto anche la pausa pranzo per andarmi a comprare IO Donna, quel costume che non toglie neppure a Formentera non mi quadra più di tanto.
E' davvero farina di Filippo? Il Nostro Filippo? Ho qualche dubbio ... e non credo che c'entri qualcosa il buon senso del pudore... mah.
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Paolo da Vigevano







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MessaggioInviato: Mer Ago 31, 2011 12:16 am    Oggetto:  
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Gli avrà dato spessore, una profondità senza tempo, un cuore di tenebra.... Manfred. Gli avrà dato verità. E tutto il male che c'è dietro. Immagino silenzi e il suo sguardo. Lo aspetto dalla prima pagina. Ho letto il libro come se Filippo avesse raccontato di sé, è stato inevitabile fin da principio. Quindi l'attesa è alta. Altissima.
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**sal**







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MessaggioInviato: Mer Ago 31, 2011 12:31 pm    Oggetto:  
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Già...questo film lo attendo anch'io moltissimo. Bastava incrociare nella lettura il personaggio di Manfred per capire che era perfetto per Filippo..non avrebbe potuto farlo nessun'altro.
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Betsabea







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MessaggioInviato: Mer Set 28, 2011 12:08 pm    Oggetto:  
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Ho preso una copia di Vivilcinema, il numero quattro, il bimestrale d'informazione cinematografica edito dalla FICE - Federazione Italiana Cinema d'Essai, ho pensato di riportare questo Speciale Venezia 2011 su Filippo.

Poker d'asso.

Quattro film a Venezia (altrettanti in preparazione), da "Quando la notte" della Comencini al ruolo luciferino in "Ruggine" di Gaglianone: amore, innocenza, orgoglio patriottico, politica nelle parole dell'erede di Volonté.

Filippo Timi cala il poker in Mostra: Quando la notte di Cristina Comencini (Concorso), in cui affianca Claudia Pandolfi; Ruggine di Daniele Gaglianone (Giornate degli Autori), dove volle, fortissimamente volle essere il mostro; Piazza Garibaldi (Controcampo italiano), il viaggio dei Mille 150 anni dopo firmato Davide Ferrario; Missione di pace (Settimana della Critica) di Francesco Lagi, in cui - udite, udite! - è un Che Guevara da ridere.


Partiamo da Quando la notte, dal libro omonimo della Comencini: né tu né Claudia parlate molto.

Quando parli poco le parole hanno più importanza. Del resto, sono un attore che non si tira mai indietro, ho capito che il testo è sempre pretesto: mai dire quello che le parole significano, perché significano sempre altro: le parole camuffano, sono la vera maschera.


Qual'è l'amore del tuo Manfred?

Un amore carnale, ruvido, roccioso. Anche se diversissimi, i due protagonisti si riconoscono: c'è qualcosa che li attrae, li accomuna e non dovrebbe. E' il vero amore: per dirla con un filosofo che mi piace molto, Giorgio Agamben, l'amore è un regalo di compleanno che ti arriva, ma cosa straordinaria non è il tuo compleanno. E' un errore, due pianeti che nelle loro orbite non dovrebbero mai incontrarsi eppure bum, si scontrano...


Cosa ti ha portato in questa Notte?

E' un ruolo che andava a toccare corde essenziali. E poi c'era il desiderio di lavorare con Cristina, un'autrice-regista con uno sguardo molto interessante. Il provino l'ho fatto insieme a Claudia, poi ci siamo presi un caffè e le ho detto: "Siamo noi due, se non lo capisce peccato per lei". Ho fatto altri tre provini ed eccoci qui...


Come ti muovi sul set?

Credo totalmente nella gerarchia piramidale: il regista è sopra tutto. Se non son d'accordo chiedo, se una battuta non mi convince combatto fino alla morte, come Volonté. Se non capisco una scena non me la impongono, me la spiegano: comunicazione, perché c'è fiducia. Solo agli inizi ho aggredito un regista, ma non dirò mai il suo nome.


Un ruolo fisico quello di Manfred?

Tutti i ruoli sono fisici, anche quello per Vincere di Bellocchio: poteva essere più verbale, verboso, essendo la storia di un grande oratore, ma io non riesco a prescindere dal corpo. Potere al corpo della parola!


Veniamo a Ruggine di Daniele Gaglianone.

Ho conosciuto Daniele, letto la sceneggiatura e gli ho chiesto: "Fammi fare questo personaggio", ero in lizza con altro attore teatrale. "Prendi me, fidati, prendi me" gli ho detto, perché è un ruolo scomodo, il Male.
Con Daniele una simbiosi pazzesca, un incontro forte: è molto bravo.


Che cosa ti ha affascinato?


La possibilità di rendere umano il male. La tesi è scespiriana, l'operazione di far incarnare a personaggi umani grandi forze, pensiamo a Riccardo III; ma io affronto tutti i ruoli così: quei bambini non li vedevo come esterni a me, ero sempre io, come se uccidendo loro uccidessi il male che ero. Mi autogiustificavo come i dittatori, che narcisisticamente vedono le proprie vittime quali immagini che appartengono a loro, per cui possono cancellarle. Sono azioni che portano morte e tragedia, ma non te curi: uccidi l'innocenza, che può essere di un popolo, una generazione, un bambino, una moglie che si fida del marito.
E ogni vittima è una perdita fondamentale.


Ci ritroviamo a Piazza Garibaldi?

Parlo degli italiani nel 150° dell'Unità. Non ho tirato fuori la bandiera, ma guardando su Youtube Benigni che ci onora di raccontarci l'Inno d'Italia... un pianto, e un orgoglio.
Grazie e Roberto Benigni sono contento di essere italiano. Lo stimo come un fratello maggiore, sento che è un regalo. Come la Littizzetto, anche lei in Piazza Garibaldi : guai a chi me li tocca.


Infine, la Missione di pace.

Un piccolo ruolo, una commedia con Alba Rohrwacher, che adoro. Faccio Che Guevara, che a un certo va all'Ikea. Ho sempre apprezzato la politica dalla parte dei poeti: li ho studiati e ti accorgi che la poesia, l'arte anche quando non ne parla direttamente è politica, basti pensare a Majakovski, Bacon, Baudelaire, Wilde e Pasolini. Ho quest'approccio anche in teatro, con le cose che scrivo: non ho mai affrontato direttamente un personaggio politico, solo se un giorno mi metterò a fare politica (ma non credo) riuscirò ad avere un altro linguaggio.


Il Duce e Che Guevara, alla fine farai Berlusconi?

Impossibile, sono troppo giovane.


Neanche col trucco?

No, e poi ha fatto talmente tante cose che un film solo non lo esaurisce. Comunque, basta parlare di Berlusconi: è controproducente.


Dopo il poker veneziano dove ti ritroveremo?

A Torino ho girato Notte finisce con Gallo; sono sul set di Fausto Brizzi, Com'è bello far l'amore, in cui interpreto un pornoattore. E poi mi attendono Paolo Franchi e Alina Marazzi: due piccoli ruoli ma li stimo, avevo voglia di esserci. Il lavoro è serio anche se hai una scena, se sai di portare qualcosa di importante. Come ne La solitudine dei numeri primi: una scena in cui faccio il clown, ma ho studiato come per un "ruolone".


A parte quelli già citati, con chi vorresti lavorare?

Pietro Marcello, ha uno sguardo straordinario. Alice Rohrwacher: Alice, fammi un provino! E Paola Randi, mi dicono che sia molto interessante.
A teatro lo fai già: pronto per la regia cinematografica?
Ci sto pensando da due anni, aspetto la storia giusta. Nel frattempo, sto progettando uno spettacolo su Fred Buscaglione.


Federica Pontiggia.
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