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Bellocchio parla di Vincere - Corriere della sera 06/05/2009
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ulalume







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MessaggioInviato: Mer Mag 06, 2009 12:02 pm    Oggetto:  Bellocchio parla di Vincere - Corriere della sera 06/05/2009
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il regista anticipa le scelte fatte per il duo «Vincere», unico FILM italiano a Cannes

«Il mio Duce giovane, fascinoso e brutale»
Bellocchio: Mussolini visto attraverso la donna che ripudiò



ROMA — «C’è il giovane Mussoli­ni che combatte un duello verbale con un prete. Il futuro Duce chiede agli spettatori un orologio da taschi­no. Lo poggia sul tavolo. Proclama: 'Se Dio entro cinque minuti non mi avrà fulminato, avremo la prova che non esiste!'. In quel momento entra in sala una ragazza di Trento, bella e ricca: Ida Dalser. E si innamora di quegli occhi fiammeggianti...».

DopoBuongiorno notte, sul caso Moro, Marco Bellocchio torna al ci­nema politico. Due anni fa, il gran­de regista aveva rivelato al Corriere il progetto di un film sul giovane Mussolini e l’amore divenuto perse­cuzione e finito in tragedia per la Dalser e il loro figlio, Benito Albino. Ora il film — Vincere — è pronto. Lo producono Mario Gianani e Rai Cinema. Rappresenterà l’Italia al Fe­stival di Cannes, tra due settimane. E Bellocchio ne anticipa il significa­to politico.

«Il mio Duce è un uomo affascinante: non a caso anche Rachele racconta di es­sersene innamorata subito attraverso i suoi occhi folgoranti. È un uomo amato non solo dalle donne, ma anche dal po­polo: come già per Moro, ho usato mate­riale di repertorio, visto e non visto (ad esempio un discorso in tedesco di Mus­solini a una folla oceanica di nazisti). Do­cumenti che testimoniano l’entusiasmo che la grande maggioranza degli italiani aveva per il capo, un attore dalla recita­zione sempre più pagliaccesca con il passare del tempo, tanto che ogni volta guardandolo mi chiedo con stupore: co­me ha potuto la quasi totalità degli ita­liani credere così ciecamente a un simi­le buffone? Il Duce che ho rappresentato non è un uo­mo buono. Non è il pater fa­milias amorevole tratteg­giato dalla tv, che commet­te il solo errore dell’allean­za con Hitler. È un uomo violento. Calcolatore. Bruta­le. Buono è suo fratello, Ar­naldo, fascistissimo ma molto cattolico, l’unico a prendersi cura del piccolo Benito Albino. Il Duce è in­vece senza pietà. Anche con la donna che aveva amato, e con il suo stesso figlio».

Mussolini è Filippo Timi. «L’ho scelto per la notevole somiglianza con il Duce da giovane — spiega Bellocchio —. Non mi andava di esagerare con il trucco, al­l’americana o alla Bagaglino, né di pren­dere un attore che con la fisicità del Du­ce non c’entrasse nulla, come Banderas che pure l’ha impersonato. E poi Timi ha il fascino magnetico di Mussolini ed è un attore generoso, sincero, pieno di ta­lento. Il Duce di Vincere vuole essere sempre il primo, il più geniale, il più co­raggioso. Dopo il duello con l’onorevole Treves, socialista, trascura di farsi medi­care perché vuole verificare di persona che gli arbitri redigano fedelmente il ver­bale del combattimento e dei feroci as­salti, per pubblicarlo poi su Il Popolo d’Italia, ordinando al redattore di fare un grande titolo e che il suo nome prece­da quello di Treves. Il primo, il capo, il Duce. In un primo momento avevo pen­sato a un personaggio simile a Lou Ca­stel di I Pugni in tasca, che uccide la fa­miglia. Poi una discussione con mio fra­tello Pier Giorgio mi ha fatto riflettere. Il protagonista dei Pugni in tasca ha la vio­lenza schizofrenica del nazista. Il Duce era diverso. Dannunziano. Futurista. E io l’ho raccontato con un montaggio velo­ce che ricorda la velocità del futurismo. Il giorno prima di partire per la Grande Guerra, Mussolini porta Ida Dalser al ci­nema. Scorrono le immagini del fronte, il pianista suona l’inno di Garibaldi, gli interventisti lo intonano — «si sco­prono le tombe, si levano i mor­ti... » —, Benito si unisce al coro; i socialisti reagiscono, scoppia un tumulto che ha i colori del­la 'Rissa in galleria' di Boccio­ni. E Ida si lancia in difesa del suo uomo, anche se al settimo mese di gravidanza».


Due anni fa, Bellocchio non aveva scel­to ancora la sua protagonista. Diceva so­lo: «Dovrà essere di una bravura mostruo­sa ». Per questo, spiega oggi, ha scelto Giovanna Mezzogiorno. «Mi è parsa per­fetta perché anche lei, come Ida Dalser, ha una fisicità generosa di sé, sempre in movimento, scattante, reattiva. Non so se Giovanna abbia qualcosa di Ida, non glielo auguro, certo si è trasformata in una vera protagonista che di continuo fa piangere e fa arrabbiare. La Dalser stori­ca non è simpatica. È quasi fastidiosa nel non cedere mai, nell’andare sotto le fine­stre del Popolo d’Italia a gridare e mo­strare il bambino, nel continuare sino al­l’ultimo a voler rivedere il Duce. Ma nel film finisce per diventare un’eroina. Un po’ Antigone e un po’ Medea. Perché è l’unica donna che si oppone davvero, da sola, a un uomo cui la grande maggioran­za delle italiane e degli italiani credeva e ubbidiva».

«Ida è una donna colta, conosce le lin­gue, ha un salone di bellezza. Ma Musso­lini, a lungo bigamo, finisce per preferi­re Rachele: carina, ignorante, ma donna di casa, che sa stare al suo posto: le basta essere la madre dei figli del Duce. Quan­do nasce il figlio di Ida, Mussolini lo rico­nosce. Ma il giorno stesso sposa Rache­le. È la scelta definitiva, a cui però la Dal­ser, che ha venduto tutti i suoi beni per finanziare il Popolo d’Italia, non si rasse­gna. C’era una scena un po’ da libro Cuo­re che ho tagliato, in cui Ida disperata per l’abbandono va a casa di Mussolini e alla piccola Edda che le apre chiede: 'Pa­pà ti vuole bene?'. Invece ho lasciato la scena, storicamente attestata, in cui le due rivali si affrontano nell’ospedale in cui il Duce è ricoverato. Mussolini è sta­to ferito gravemente, più di 50 schegge in corpo, e ha appena ricevuto la visita del Re, che solo pochi anni prima da so­cialista rivoluzionario aveva irriso («na­no! ») e insultato («assassino!»). Ida non lo vedrà più. Mussolini, che appoggia la guerra ed è ormai in ottimi rapporti con il potere, riesce a farla arrestare. Lei vie­ne portata a Firenze. Quindi a Caserta, al confino. L’accusano persino di essere una spia tedesca, per il solo fatto di esse­re nata in territorio austriaco. Finisce nel manicomio di Pergine, vicino a Trento. Infine in quello di San Clemente, su un’isola di fronte a Venezia, dove mori­rà. Ida rivedrà il Duce solo al cinema, da spettatrice».

«Mussolini non aveva ironia. Ironico e provocatorio è il titolo del film, Vince­re. Io non ho vissuto il fascismo, ma mi sono in parte formato su una cultura che, dopo essere stata complice del fa­scismo, l’ha deriso. Lo spirito di sconfit­ta come espiazione per aver creduto a quell’uomo. Di questo spirito di sconfit­ta la mia generazione si è in parte nutri­ta. Per poi conoscere l’altra grande di­sfatta storica, quella del comunismo (e anche Mao teorizzava la necessità di «osare vincere»). Per questo la nostra identità, di figli degli sconfitti o di una cultura della sconfitta, è stata a lungo de­pressa, grigia, vinta. All’ombra o nel bu­io di quella sconfitta si è formata la no­stra sensibilità. Poi ognuno ha preso la sua strada: chi si è perduto, chi si è total­mente integrato, chi, come me, si è ri­bellato e si è liberato da una condanna che sembrava definitiva a un’infelicità passiva, che mi fa essere oggi ottimista senza sentirmi un imbecille, rappresen­tando da ottimista un’autentica trage­dia. Parole come 'vincere' erano indici­bili. Fino all’arrivo di Berlusconi, che ha fondato democraticamente il suo successo sulla sua immagine vincen­te chiamando alla vittoria e all’otti­mismo il popolo italiano: il suo pri­mo partito non si chiamava Forza Italia? Usando la sua tv, così come Mussolini usò per imporre la pro­pria immagine vincente i mezzi che aveva a disposizione, il cinema, la radio, la fotografia, la grafica, persino la scultu­ra e la pittura».

Racconta Bellocchio che il finale è cambiato rispetto al progetto. «Pensa­vo di chiudere il film con una scena am­bientata dopo la Liberazione: il cogna­to di Ida Riccardo Paicher, l’uomo che non aveva saputo difenderla, esce da un cinema richiamato dalle sirene del­la polizia, assiste agli scontri di un cor­teo politico con le bandiere rosse e tut­to, e soccorre una ragazza ferita. Poi mi sono detto che il film non meritava un finale consolatorio. È una tragedia, e così deve finire».


Aldo Cazzullo
06 maggio 2009
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